(Teleborsa) – Le Borse europee, statunitensi, canadesi, di Hong Kong e australiane sono chiuse per il Venerdì Santo. Piazza Affari, così come le altre borse europee, resterà chiusa anche il Lunedì di Pasqua, mentre riapriranno i mercati di Tokyo, Singapore, Stati Uniti e Canada.
Ieri le Borse europee hanno chiuse miste, comunque con cali contenuti, dopo un recupero nell’ultima parte della seduta con gli investitori che valutavano le ultime indicazioni sulla possibilità di ripristinare il trasporto di energia attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Iran ha reso noto ieri pomeriggio di stare redigendo un protocollo con l’Oman per il traffico attraverso lo Stretto, mentre la Gran Bretagna ha detto che circa 40 paesi stanno discutendo un’azione congiunta per riaprire lo Stretto di Hormuz e impedire all’Iran di tenere “in ostaggio l’economia globale”.
Il presidente statunitense Donald Trump ha tuttavia lanciato nuove minacce contro le infrastrutture iraniane nel tentativo di esercitare pressione su Teheran durante i negoziati, un giorno dopo che la sua promessa di proseguire la guerra aveva scatenato turbolenze economiche e sui mercati globali. “Il ponte più grande dell’Iran crolla, per non essere mai più utilizzato – E molto altro seguirà! – ha scritto sul suo profilo Truth Social nelle scorse ore – È GIUNTO IL MOMENTO CHE L’IRAN TROVI UN ACCORDO PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI, E PRIMA CHE NON RIMANGA PIÙ NULLA DI QUELLO CHE POTREBBE ANCORA DIVENTARE UN GRANDE PAESE!”. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato, sempre in un post sui social media, che colpire le strutture civili “non costringerà gli iraniani ad arrendersi”.
La tensione nel mercato energetico non accenna intanto a diminuire, anche perchè il discorso alla nazione di Trump non ha offerto segnali concreti di una possibile fine del conflitto con l’Iran, sebbene il presidente USA abbia minacciato che gli Stati Uniti siano ormai prossimi al raggiungimento dei propri obiettivi. Questa settimana, i contratti futures di prima scadenza per il greggio Brent sono passati dal mese di maggio a quello di giugno; è per questo motivo che il prezzo sembra essere sceso rispetto a una settimana fa. In realtà, l’attuale quotazione del contratto con scadenza a giugno (109 dollari al barile) si attesta su livelli prossimi ai massimi storici registrati durante l’intero conflitto.
Le pressioni inflazionistiche non mostrano ancora segni di accelerazione: secondo i dati preliminari relativi a marzo, l’inflazione nell’Eurozona è salita al 2,5% (dal precedente 1,9%), un dato leggermente inferiore alle attese. Un aspetto fondamentale per la BCE è che tale accelerazione è stata trainata esclusivamente dai prezzi dell’energia, mentre le pressioni inflazionistiche nei settori alimentare, dei servizi e dei beni di consumo hanno subito un rallentamento. La cosiddetta inflazione “core” – che esclude le componenti energetiche e alimentari – si è attestata al 2,3% (dal precedente 2,4%). L’inflazione core potrebbe subire un’accelerazione nei prossimi mesi, in quanto l’aumento dei costi di produzione tende a riflettersi sui prezzi finali con un certo ritardo.
Gli analisti prevedono ora che la BCE procederà a due rialzi dei tassi di interesse di 25 punti base quest’anno, rispettivamente ad aprile e a giugno, mentre il mercato obbligazionario sconta l’ipotesi di un massimo di tre rialzi. Ieri sera, Francois Villeroy de Galhau, governatore della Banque de France e membro del Consiglio direttivo della BCE, ha detto che “è decisamente troppo presto per prevedere una tempistica per gli aumenti dei tassi d’interesse”, ma che “ovviamente, è molto probabile che il prossimo cambiamento dei tassi d’interesse chiave sia al rialzo”.
La prossima settimana, i verbali della riunione della Fed di marzo riceveranno probabilmente meno attenzione del solito, a causa del rapido evolversi della situazione bellica. Saranno diffusi anche i dati chiave sull’inflazione di marzo per gli Stati Uniti.
