(Teleborsa) – Il petrolio rialza la testa con la rinnovata incertezza sui negoziati tra USA e Iran e il prolungamento della chiusura dello Stretto Hormuz. Il future sul Brent, scadenza agosto 2026, avanza di quasi 6 punti percentuali a 96,4 dollari al barile e il future sul WTI, scadenza luglio 2026, è in progresso del 7% a 93,5 dollari.
I rialzi arrivano dopo che entrambi i benchmark avevano registrato forti perdite mensili a maggio, quando aveva fatto capolino la possibilità che un accordo di pace potesse riaprire lo Stretto di Hormuz e allentare i vincoli di approvvigionamento. Solo la scorsa settimana l’oro nero aveva perso circa il 10%.
La correzione dei prezzi del greggio è arrivata dopo i reciproci attacchi tra Iran e Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno dichiarato domenica di aver condotto “attacchi di autodifesa”, mentre il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran ha affermato che la propria forza aerospaziale aveva preso di mira una base aerea utilizzata per gli attacchi americani. Inoltre, Israele ha ordinato alle truppe di avanzare ulteriormente nel Libano nell’ambito della campagna contro Hezbollah, sostenuto da Teheran, aggravando le prospettive di de-escalation già in deterioramento.
In questo contesto ad elevata volatilità, gli analisti di Goldman Sachs si sono domandati come mai i futures spot sul Brent sono scesi sensibilmente (oltre il 20%) rispetto al picco di fine marzo nonostante i flussi attraverso Hormuz siano ancora ridotti. Oltre a importanti fattori di compensazione (elevate scorte di greggio prima della guerra con l’Iran, rapide liberazioni delle riserve strategiche petrolifere – SPR – e una produzione nelle Americhe superiore alle attese), gli analisti hanno individuato due fattori legati alla domanda: riduzione delle scorte fisiche/finanziarie e debolezza della domanda finale.
La grande incertezza e i timori di un’escalation a marzo hanno incrementato la domanda di rifornimento fisico e finanziario, quando le vendite al dettaglio di petrolio sono aumentate vertiginosamente in diverse economie, ha spiegato Goldman Sachs. Tuttavia, “ora che il mercato è diventato più ottimista sulle prospettive di un potenziale cessate il fuoco di lunga durata, il posizionamento degli investitori è diminuito, mentre la riduzione delle scorte fisiche continua in vista della prevista riapertura di Hormuz”.
Il secondo fattore, aggiunge GS, è dato dal fatto che la domanda effettiva di petrolio per usi finali potrebbe essere diminuita più del previsto in risposta ai prezzi più elevati, e gli analisti hanno rivisto al ribasso le loro stime di domanda fatte a inizio 2026.
Per il quarto trimestre 2026 Goldman Sachs stima il Brent a 90 dollari al barile e il Wti a 83 dollari. Tuttavia il broker ritiene che la debolezza della domanda implichi che i rischi di prezzo rimangano bidirezionali. Gli analisti infatti prevedono significativi rischi al rialzo dovuti a potenziali perdite di offerta più persistenti in Medio Oriente, ma anche significativi rischi al ribasso a causa di una domanda più debole.
“I dati sulle vendite al dettaglio di petrolio di aprile provenienti da Cina ed Europa occidentale implicano, complessivamente, un rischio al ribasso di circa 2 milioni di barili al giorno rispetto alle nostre già basse stime della domanda di petrolio di aprile e un rischio al ribasso di circa 10 dollari al barile rispetto alla nostra previsione di prezzo del greggio Brent a 90 dollari al barile per il quarto trimestre del 2026 (ipotizzando che metà di questo calo stimato della domanda di 2 milioni di barili al giorno persista entro la fine del 2026)”, osservano gli analisti di Goldman Sachs.
