(Teleborsa) – Il fascino di SpaceX è indiscutibile – i razzi, Starlink, l’intelligenza artificiale, la visione di Elon Musk – e i superlativi sembrano quasi insufficienti per la più grande IPO della storia. Ma i mercati non si nutrono solo di narrativa, benché questa sia importante, e la decisione di investire in una IPO o in un’azienda appena sbarcata in Borsa deve necessariamente tenere conto di elementi come utili, flussi di cassa, multipli e governance, tutti fronti su cui la situazione di SpaceX è tutt’altro che rosea.
La società di Elon Musk, fondata nel 2002, punta a raccogliere fino a 75 miliardi di dollari con la sua offerta pubblica iniziale (IPO) sul Nasdaq, con un debutto fissato per il 12 giugno 2026. Se riuscisse nell’impresa, spazzerebbe via ogni record precedente: l’attuale primato appartiene a Saudi Aramco, che nel 2019 raccolse 29,4 miliardi di dollari, mentre guardando solo ai mercati statunitensi il record è di Alibaba, con 22 miliardi nel 2014.
Il piano è vendere circa 555,6 milioni di azioni a 135 dollari l’una, per una capitalizzazione di mercato di quasi 1.770 miliardi di dollari, una cifra che collocherebbe SpaceX immediatamente tra le prime dieci aziende quotate negli Stati Uniti per valore. L’IPO è gestita da un consorzio di 23 banche, guidato da Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America, Citigroup e JPMorgan. Gli underwriters possono esercitare un’opzione per acquistare fino a un massimo di ulteriori circa 83,3 milioni azioni al prezzo di IPO, per 30 giorni. In questo caso la raccolta totale sarebbe di 86,2 miliardi di dollari e la valutazione salirebbe a 2 trilioni.
Eppure, anche di fronte a un’operazione di questa portata, la domanda che ogni investitore dovrebbe porsi resta semplice: quanto conta la storia che SpaceX racconta, e quanto contano invece i numeri? La prudenza, in questo senso, rimane la bussola più affidabile. “Personalmente, cerco di non lasciarmi trascinare dall’entusiasmo e dalla paura di perdere un’opportunità irripetibile – afferma Stefano Mengoli, professore ordinario di Finanza Aziendale presso l’Università di Bologna – Come insegna Ulisse, il vero rischio non è cercare di non sentire il canto delle sirene, ma dimenticare di farsi legare all’albero maestro. Nei mercati finanziari, l’entusiasmo è una forza potente, ma va sempre accompagnato dalla disciplina, che resta la migliore difesa”.
La corsa all’AI cambia i piani
Per anni SpaceX ha resistito alla tentazione della quotazione, raccogliendo oltre 10 miliardi di dollari in finanziamenti privati – con investitori del calibro di Founder’s Fund, DFJ, D1 Capital, Fidelity e Thrive Capital – senza dover rendere conto al mercato. Il punto di svolta è arrivato con un’operazione che ha cambiato radicalmente il profilo finanziario della società: l’acquisizione di xAI, la società di intelligenza artificiale di Musk, avvenuta a febbraio 2026. xAI brucia circa 1 miliardo di dollari al mese solo per coprire i costi dell’infrastruttura informatica necessaria ad addestrare i suoi modelli di intelligenza artificiale. Secondo il prospetto depositato alla SEC, il segmento AI di SpaceX – che include xAI – ha registrato una perdita operativa di 6,4 miliardi di dollari nel 2025 e di quasi 2,5 miliardi di dollari solo nel primo trimestre del 2026.
Nonostante oggi le società rimangano private molto più a lungo e i mercati privati siano diventati sempre più importanti, i mercati pubblici offrono una capacità di raccolta molto più ampia e veloce, e ciò è fondamentale in un momento in cui SpaceX si trova a competere con OpenAI e Anthropic nella corsa all’intelligenza artificiale, dove tutte e tre le società stanno spendendo centinaia di miliardi per i loro progetti. Non è un caso che il prospetto indichi esplicitamente che i proventi dell’IPO saranno destinati a espandere l’infrastruttura di calcolo AI, potenziare le infrastrutture spaziali e i razzi, e ampliare le costellazioni satellitari.
Un’IPO che rompe le regole
Il processo stesso di questa IPO è insolito. Le aziende che si quotano in Borsa seguono normalmente un iter consolidato: fissano un intervallo di prezzo indicativo, conducono un roadshow presso gli investitori istituzionali, raccolgono ordini attraverso il bookbuilding e solo alla fine determinano il prezzo definitivo, calibrato sulla domanda effettiva. Un’elevata domanda spinge il prezzo verso il limite superiore dell’intervallo, e talvolta anche oltre. SpaceX ha deciso di fare diversamente: il prezzo di 135 dollari per azione è stato fissato prima delle presentazioni agli investitori e del processo di bookbuilding. In teoria, potrebbe segnalare la certezza della società nella solidità della domanda. In pratica, priva gli investitori di uno strumento prezioso: il segnale di mercato che emerge dall’incrocio tra domanda e offerta durante il roadshow.
Un altro elemento che sta facendo molto rumore è la quota destinata agli investitori retail. Secondo Reuters, SpaceX sta riservando fino al 30% dell’offerta ai piccoli investitori, una percentuale enormemente superiore alla norma, che storicamente si attesta intorno al 10% per le IPO più tradizionali, secondo i dati di Fidelity. Come detto dalla stessa SpaceX nel suo prospetto alla SEC, ha coinvolto piattaforme orientate al retail come Charles Schwab, Fidelity, Robinhood, SoFi ed ETRADE (Morgan Stanley) nel collocamento. Le condizioni di accesso, come ricostruito da Barron’s, variano significativamente: Fidelity ha detto inizialmente che i clienti dovevano avere un saldo minimo di 500.000 dollari in conti di trading standard, salvo poi abbassare la soglia drasticamente a 2.000 dollari; quelli di Schwab una soglia minima di patrimonio netto liquido di 100.000 dollari. Robinhood, ETRADE e SoFi, invece, non richiedono requisiti minimi di portafoglio. L’idea di dare a Musk uno stuolo di fan-investitori che supportino il titolo non è nuova: è la stessa logica che aveva portato Tesla a una base retail estremamente fedele. Ma c’è una differenza cruciale: chi compra Tesla sapeva cosa stava comprando in termini di governance. Chi compra SpaceX deve fare i conti con strutture molto più complesse.
Chi compra SpaceX compra Elon Musk
Un altro nodo dell’operazione è quello delle classi di azioni. Le azioni offerte al pubblico sono di Classe A, con un voto ciascuna. Musk detiene principalmente azioni di Classe B, che valgono 10 voti ciascuna. Al momento della quotazione, Musk avrà circa 84,4% del potere di voto (contro l’85% attuale), e la sua quota del 93,6% delle azioni di Classe B gli consentirà di eleggere il 51% del consiglio di amministrazione e di decidere anche sulla propria eventuale rimozione dai ruoli di leadership, rendendo di fatto impossibile essere licenziato contro la sua volontà.
In altre parole, chi compra azioni SpaceX non compra un’azienda, compra una scommessa su Elon Musk. Le decisioni strategiche, i grandi investimenti, la direzione dell’azienda: tutto rimane nelle sue mani. L’Alliance to Protect Shareholder Value, una coalizione di organizzazioni nonprofit, ha definito le politiche di governance di SpaceX “un serio tentativo di decimare le protezioni per gli azionisti in modi nuovi e sconsiderati, cercando di conferire un’autorità quasi totale alla leadership di SpaceX”.
“I mercati ci hanno già abituato a strutture di governance non convenzionali: basti pensare alle diverse classi di azioni adottate da Google o Meta, volte a garantire ai fondatori il controllo anche dopo la quotazione – spiega Mengoli – Certamente, mantenere il controllo riduce il potere degli azionisti di minoranza, richiedendo un significativo atto di fiducia nei confronti del fondatore. Si tratta tuttavia di un compromesso che il mercato sembra aver accettato, ritenendo la visione imprenditoriale del fondatore una componente essenziale nel creare valore per l’impresa. Forse il caso di Steve Jobs, che negli anni Ottanta perse il controllo di Apple, ha contribuito a rendere i fondatori più sensibili a questo tema”.
Tre divisioni, un solo motore acceso
La struttura finanziaria di SpaceX è quella di una costellazione squilibrata: tre divisioni, di cui due in perdita e una sola in attivo. Nel 2025, la società ha registrato una perdita di 4,94 miliardi di dollari, ribaltando un utile di 791 milioni dell’anno precedente, nonostante un incremento dei ricavi del 33% a 18,67 miliardi di dollari. Nel primo trimestre 2026, SpaceX ha registrato una perdita di 4,3 miliardi di dollari a fronte di un fatturato di 4,7 miliardi di dollari, in aumento rispetto alla perdita netta di 528 milioni di dollari registrata nello stesso trimestre dell’anno precedente, con un fatturato di 4,1 miliardi di dollari. L’indebitamento al termine del primo trimestre ammontava a oltre 29 miliardi di dollari.
Il cuore pulsante dell’azienda è il segmento Connettività, ovvero Starlink: l’unica divisione in attivo, ampiamente considerata la principale fonte di profitto dell’intera società. Il segmento AI – che include xAI – è la voce più pesante in rosso: perdita operativa di 6,4 miliardi nel 2025 e 2,5 miliardi nel solo primo trimestre 2026. C’è però un elemento che potrebbe ridurre l’impatto nel medio periodo: Anthropic ha appena stipulato un accordo per pagare a SpaceX 1,25 miliardi di dollari al mese fino a maggio 2029 per capacità di calcolo AI. La terza divisione, quella dei lanci spaziali, continua a bruciare liquidità nella corsa allo sviluppo tecnologico.
Con un rapporto prezzo/fatturato di circa 94 volte (ricavi 2025 di 18,7 miliardi vs valutazione di 1.750 miliardi), SpaceX viene prezzata come un’azienda in forte crescita e in utile. Non lo è, almeno per ora. Il rapporto prezzo/utili è semplicemente inapplicabile: non ci sono utili su cui calcolarlo.
“Come per qualsiasi investimento, il punto centrale è valutare la capacità dell’impresa o, in questo caso, di Musk, di trasformare le proprie potenzialità in un vantaggio competitivo duraturo e, in ultima analisi, in flussi di cassa sostenibili nel tempo – dice il professore dell’Università di Bologna – Tali risultati, qualora si manifestassero, emergerebbero nel lungo periodo. Per questo motivo, l’investitore è chiamato a ragionare sul futuro: quali mercati potranno svilupparsi, quali tecnologie riusciranno ad affermarsi e quale posizione competitiva l’azienda sarà in grado di costruire e difendere negli anni. In un certo senso, investire in realtà di questo tipo significa acquistare non tanto un’azione nel significato tradizionale del termine, ma una vera e propria opzione sul futuro sviluppo di mercati e tecnologie che oggi esistono solo in parte. Rammento come il valore di un’opzione, a differenza dell’azione, aumenta all’aumentare dell’incertezza”.
La partita degli indici è aperta
Uno dei fattori che potrebbe alimentare la domanda istituzionale, e quindi sostenere il prezzo, è l’inclusione negli indici azionari. Le grandi società che gestiscono gli indici si sono mosse in ordine sparso. Il Nasdaq ha già modificato le sue regole per facilitare l’ingresso di SpaceX nel Nasdaq 100. Una nuova disposizione aumenterà il peso della società nell’indice, obbligando di fatto alcuni fondi indicizzati a triplicare gli acquisti del titolo. Diverse società di indici hanno annunciato che “accelereranno” le IPO di grandi dimensioni, includendole nei principali benchmark dopo soli cinque giorni di negoziazione, anziché attendere periodi fino a un anno.
S&P Global, invece, ha detto no. Ha confermato che non modificherà i requisiti per l’ingresso nell’S&P 500: per essere inclusa, un’azienda deve essere redditizia secondo i principi contabili GAAP nell’ultimo trimestre e nella somma degli ultimi quattro trimestri. SpaceX non soddisfa questo requisito. S&P ha chiarito che “le eccezioni ai requisiti di redditività finanziaria, maturità e flottante non dovrebbero essere concesse esclusivamente sulla base della capitalizzazione di mercato”. In sostanza, è improbabile che SpaceX faccia il suo ingresso nell’indice che monitora l’andamento delle 500 principali società statunitensi prima di un anno dalla quotazione, mentre l’inclusione nel Nasdaq-100 potrebbe avvenire già entro le prime settimane di luglio.
“Nonostante l’S&P non la includerà a breve, per gli altri avverrà abbastanza immediatamente ma complessivamente quello che emerge è che il peso sarà minimo – spiega a Teleborsa Lorenzo Demaria, Country Manager Italia di justETF – MSCI e FTSE, su cui si basano numerosi fondi e ETF, non pesano i titoli sulla capitalizzazione complessiva ma sul flottante, cioè sulla quota di azioni realmente disponibile sul mercato. L’impatto maggiore sarà sul Nasdaq, però anche qui stiamo parlando dell’1%. Fa certamente notizia ma l’impatto sugli ETF sarà minimo“.
Attenzione però a un meccanismo perverso documentato dalla ricerca: uno studio del 2025 condotto dai ricercatori di Harvard Marco Sammon e Chris Murray ha analizzato gli indici azionari CRSP, base di diversi fondi indicizzati di grandi dimensioni. Dal 2017, CRSP ha “accelerato” l’inserimento di un numero maggiore di IPO, includendole nei suoi indici dopo il quinto giorno di negoziazione. Lo studio ha rilevato che queste IPO sovra-performano del 15% nei primi cinque giorni di negoziazione, poiché gli hedge fund e altri investitori opportunisti ne spingono al rialzo il prezzo, sapendo che i fondi indicizzati saranno costretti ad acquistare le azioni il sesto giorno. L’accelerata quotazione induce gli investitori dei fondi indicizzati a pagare un prezzo eccessivo per i titoli più richiesti.
“La dinamica sarà interessante da valutare nel tempo, perché non erano mai state cambiate così velocemente le regole per far accedere aziende molto grandi – sostiene Demaria – Queste aziende oggi restano private sempre più a lungo, avendo facilità a raccogliere capitali nel mercato privato, e quindi non c’era mai stato così ritardo nell’andare pubblici. Questa dinamica per cui sul mercato privato si riescono a raccogliere tanti soldi è un tema che rimarrà anche andando avanti e quindi – in prospettiva – queste variazioni potrebbero avere senso per aziende che resteranno private più a lungo“.
Le strade per l’investitore retail
Per un investitore retail italiano, le strade verso SpaceX cambiano sensibilmente a seconda della fase. Prima dell’IPO, l’accesso diretto al collocamento è sostanzialmente precluso: le banche d’affari che gestiscono l’offerta riservano i titoli agli investitori istituzionali, mentre l’apertura al retail sta avvenendo in paesi con regole diverse ma non in Italia (in Gran Bretagna, ad esempio, otto piattaforme di investimento online tra cui Hargreaves Lansdown e Interactive Brokers hanno iniziato a invitare i clienti a richiedere azioni SpaceX se interessati). In generale, rispetto agli investitori statunitensi, gli investitori internazionali devono soddisfare ulteriori requisiti di ammissibilità, sono soggetti a limitazioni nell’assegnazione delle azioni o a restrizioni normative, a seconda del paese di residenza.
Un’alternativa disponibile in questa finestra è il grey market offerto da alcuni broker come IG, che sta consentendo di prendere posizione sulla possibile capitalizzazione della società al termine del primo giorno di contrattazione: il prezzo quotato rappresenta una previsione del valore totale che la società potrebbe raggiungere alla chiusura della prima seduta di trading. Chi ritiene che la valutazione finale possa essere superiore alle aspettative implicite nel grey market può aprire una posizione rialzista; chi pensa invece che le attese siano eccessive può valutare una posizione ribassista. “È qualcosa che facciamo da diversi anni: quando c’è una IPO interessante e di una certa dimensione, proponiamo questa tipologia di contratti che permette al trader di investire sulle attese della capitalizzazione di un titolo prima che il titolo sia entrato in quotazione – dice a Teleborsa Fabio de Cillis, Country Manager per l’Italia di IG – In questo momento abbiamo disponibili le IPO di Revolut, Canva, Anthropic, Discord e OpenAI, ma ovviamente SpaceX è quella che sta creando più interesse nelle ultime settimane”.
Il manager racconta che l’iniziativa sta riscontrando “buon interesse sia in Italia che nel resto dell’Europa”, con diverse persone che nel nostro paese hanno aperto una posizione, in percentuale leggermente maggiore rispetto ad altre geografie in proporzione alla clientela totale di IG in Europa. Un aspetto interessante che emerge dalla piattaforma di IG è che la capitalizzazione attesa di SpaceX al termine del primo giorno di contrattazione è di 2.300 miliardi di dollari, ben superiore ai quasi 1.800 previsti al prezzo di IPO; quindi, i clienti retail di IG si aspettano in media un rialzo del titolo il primo giorno di contrattazioni. Il grey market di IG resta comunque una possibilità complessa e rischiosa di scommettere su SpaceX e il broker sente una responsabilità del fornire gli strumenti per fare una valutazione adeguata: “Abbiamo predisposto e diffuso tutta una serie di contenuti informativi e formativi, anche sui rischi e sugli strumenti per proteggere il capitale – dice de Cillis – Facciamo anche webinar ed eventi, e in generale c’è una certa attenzione nello spiegare come funziona ogni prodotto, i rischi e le opportunità”.
Chi preferisce scegliere strumenti più comuni può valutare un’esposizione indiretta tramite ETF tematici della space economy o attraverso azioni di aziende dell’ecosistema SpaceX già quotate. Dopo l’IPO, il quadro si semplifica: dalla quotazione, gli investitori potranno negoziare direttamente azioni reali su piattaforme italiane ed europee, oppure scegliere fondi autorizzati in Italia; alcuni broker permetteranno inoltre di acquistare anche solo una frazione del titolo SpaceX a partire da un solo euro, consentendo di diversificare l’ingresso e mitigare i rischi legati ai picchi di prezzo iniziali, quasi inevitabili in un debutto di questa portata.
Quello che il retail deve sapere
Il flottante è minuscolo. Anche se SpaceX raccogliesse 80 miliardi di dollari, circa l’85% delle azioni rimarrebbe in mani private, principalmente nelle mani di Musk. Un flottante molto basso è storicamente associato a elevata volatilità: nella fase iniziale, può sostenere il prezzo verso l’alto; ma in caso di notizie negative, amplifica le oscillazioni al ribasso. Inoltre, il prezzo fissato non è un segnale di mercato. La scelta di stabilire il prezzo a 135 dollari prima del bookbuilding elimina il meccanismo di scoperta che normalmente permette agli investitori di capire quanto interesse reale esiste per il titolo.
Il lock-up è complesso. Le azioni di Musk sono bloccate per 366 giorni dopo l’IPO. Ma altri azionisti hanno un calendario di sblocco a scaglioni: circa 911,5 milioni di azioni potrebbero diventare vendibili già a partire dal secondo giorno di contrattazione dopo il primo report sugli utili. Un’ondata di vendite in quella finestra potrebbe deprimere significativamente il prezzo. La governance è asimmetrica. Con l’84,4% del potere di voto, Musk decide tutto. Chi compra azioni di Classe A ottiene esposizione economica, non potere decisionale.
La storia dice che i ritardatari pagano. Secondo una ricerca condotta da GAM Investments su quasi 800 IPO di società venture-backed negli ultimi 15 anni, chi ha investito all’ultimo round di finanziamento privato prima della quotazione ha ottenuto rendimenti medi di circa il 249%. Chi è entrato al prezzo dell’IPO ha guadagnato in media il 16% nello stesso orizzonte temporale. Chi ha comprato il primo giorno di contrattazione ha registrato rendimenti negativi in media. Il messaggio è chiaro: gran parte della creazione di valore di SpaceX è già avvenuta nel mercato privato, dove oggi rimane circa il 77% delle aziende statunitensi con ricavi superiori a 100 milioni di dollari. Chi compra oggi al prezzo di IPO non sta partecipando all’avventura di una startup; sta comprando un’azienda già matura a una valutazione di 1.750 miliardi di dollari, con una perdita netta di 4,94 miliardi nell’ultimo anno.
