(Teleborsa) –
Giappone e Stati Uniti hanno condotto un intervento congiunto sui Forex volto ad acquistare yen, per consentire una risalita della valuta giapponese dai minimi degli ultimi 40 anni toccati di recente e riequilibrare il cambio con il dollaro, che si attesta ora a 156,68, ad una certa distanza dal picco di 164 toccato la scorsa settimana, ma al di sopra dei 155,2 toccati immediatamente dopo la conferma dell’intervento.
L’intervento congiunto sul mercato dei cambi – il primo dal 2011 – è volto a sostenere la valuta giapponese e frenare gli acquisti di Treasury, motivati dal gap dei tassi d’interesse, che hanno spinto al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato USA, esercitando pressioni anche sulla Fed.
L’intervento è stato confermato dal Ministro delle finanze giapponese Satsuki Katayama, spiegando che l’azione congiunta è volta a “contrastare l’eccessiva volatilità e i movimenti disordinati dello yen giapponese registrati negli ultimi mesi”. Il Ministero delle Finanze giapponese conferma di essere “attento e in stretto contatto con le controparti del Dipartimento del Tesoro statunitense”. “Non esiteremo a intraprendere ulteriori interventi congiunti”, afferma una nota del MOF, aggiungendo che “il Giappone prevede di utilizzare in futuro il programma di pronti contro termine (b) della Federal Reserve, denominato FIMA (Foreign and International Monetary Authorities)”.
Anche il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha confermato l’intervento, spiegando che gli Stati Uniti “non esiteranno a partecipare a ulteriori interventi congiunti”. “Sosteniamo fermamente le misure di mercato e monetarie adottate dal Giappone per correggere la sostanziale sottovalutazione dello yen”, ha detto.
Infine, il Presidente Trump vi ha fatto cenno, parlando di “ottimi rapporti” fra i due Paesi. “La loro valuta si sta indebolendo e loro volevano un piccolo aiuto” ha spiegato il tycoon, aggiungendo “noi ci siamo sempre per il Giappone”, che “è stato molto corretto nei nostri confronti, fatta eccezione, ovviamente, per Pearl Harbor”.
Il Giappone, nel tentativo di arginare il deprezzamento dello yen, ha già speso quasi 60 miliardi per intervenire sui cambi, senza troppo successo. Anche i rialzi dei tassi operati dalla bank of Japan hanno avuto effetti limitati nel tempo sullo yen, la cui debolezza strutturale penalizza il Giappone, rincarando il costo delle importazioni e facendo crescere l’inflazione. Per questo, si spera che un intervento congiunto condotto con la Fed potrebbe avere effetti più ampi e duraturi.
L’ultimo maxi intervento congiuto sul Forex (si parla di un’operazione del valore di 37 miliardi di euro) prelude ad una nuova azione della Bank of Japan sui tassi di interesse, attualmente fermi all’1%. Nell’ultima riunione di venerdì scorso, la BoJ ha confermato tassi invariati, dopo l’ultimo aumento di giugno, ma si prepara ad alzare ancora il costo del denaro a settembre, proprio per contrastare la debolezza della valuta nipponica e per frenare l’emorragia di capitali che si dirige verso l’area del dollaro, più profittevole grazie ai tassi più elevati praticati dalla Fed.
