(Teleborsa) – La narrativa dominante su un’Europa debole, poco redditizia e priva di crescita è sistematicamente più pessimistica di quanto i dati suggeriscano. Lo affermano gli analisti di Goldman Sachs, che in una ricerca sul tema dipingono l’Europa come la “secret outperformer” dei listini globali. La banca d’affari passa in rassegna otto “miti” che a suo giudizio non reggono al confronto con i numeri: dalla presunta assenza di crescita degli utili alla scarsa redditività, dal costante sottoperformare rispetto a Wall Street fino al presunto disinteresse degli investitori verso le azioni del Vecchio Continente.
Ma il report di Goldman Sachs non è un’ode acritica all’azionario europeo. Gli stessi analisti riconoscono che l’Europa deve fare i conti con “molte verità” scomode: i venti contrari sul fronte politico si faranno sentire con più forza guardando al 2027, quando diversi Paesi chiave – tra cui Francia, Italia e Spagna – andranno al voto in un contesto di deficit elevati; i mercati azionari continentali continuano a scontare la scarsità di nomi ad alta crescita rispetto agli Stati Uniti; il risparmio privato europeo fatica ancora a confluire verso gli asset di rischio, anche se qualcosa sta cambiando sul fronte regolamentare; e l’Europa resta indietro nella corsa agli investimenti sull’intelligenza artificiale. Un limite, quest’ultimo, che secondo la banca d’affari potrebbe però trasformarsi in un vantaggio, in un momento in cui il mercato comincia a interrogarsi sui ritorni reali della spesa in AI e sui suoi costi di finanziamento: un’Europa che genera cassa invece di bruciarla potrebbe risultare, paradossalmente, meglio posizionata.
Mito 1: l’Europa non cresce
Il primo luogo comune smontato da Goldman Sachs riguarda la crescita degli utili. La narrativa prevalente, secondo cui l’Europa arrancherebbe sul fronte degli utili societari, appare sempre più in contrasto con i dati. La crescita degli EPS nel primo semestre viaggia a un ritmo del 14% su base annua, il passo più sostenuto degli ultimi tre anni, e arriva nonostante un nuovo shock energetico che storicamente ha rappresentato un freno per i bilanci europei. Gli analisti hanno quindi alzato la stima di crescita degli EPS 2026 per lo STOXX Europe al 15%, dal 10% precedente. Le materie prime hanno dato un contributo importante, ma il fenomeno va oltre il singolo settore: escludendo le commodity la crescita resta comunque attorno al 7%, in linea con quella mediana dei titoli dello STOXX 600. “Ciò indica una ripresa degli utili sana e sempre più diffusa, piuttosto che un ciclo circoscritto e guidato dalle materie prime“, si legge nella ricerca, secondo cui le performance dell’attuale ciclo sono ben diverse da quelle deboli o stagnanti del periodo pre-pandemico, quando la regolamentazione penalizzava banche, telecom e utility e i tassi bassi comprimevano gli utili finanziari.
Mito 2: l’Europa ha una redditività bassa
Il secondo mito riguarda il ritorno sul capitale. È vero che il ROE europeo resta inferiore a quello, eccezionalmente elevato, degli Stati Uniti. Ma il divario si è ridotto in modo marcato negli ultimi anni, grazie a margini in espansione, buyback in aumento e a una redditività bancaria in netto miglioramento. Il settore finanziario, che tra il 2008 e il 2021 era stato un freno strutturale al ROE europeo a causa dei tassi bassi e della necessità di ricostruire il capitale dopo la crisi finanziaria globale e quella del debito sovrano, ha ormai invertito la rotta. A questo si aggiunge l’esposizione dell’azionario europeo ad alcuni dei trend tematici più rilevanti del momento: spesa per la difesa, infrastrutture, elettrificazione e data center. Per contro, il ROE cinese resta strutturalmente più basso, penalizzato da sovracapacità produttiva e da una minore attenzione al ritorno per gli azionisti.
Mito 3: l’Europa sottoperforma sempre
Sul lungo periodo, specialmente nel decennio successivo alla crisi finanziaria globale, l’azionario europeo ha effettivamente reso meno di quello statunitense. Ma secondo Goldman Sachs, negli anni più recenti – in particolare dalla pandemia in avanti – il quadro è stato molto più sfumato di quanto racconti la narrativa di mercato. Dal 2022 le banche europee (indice SX7P) hanno nettamente sovraperformato i Magnifici Sette. E dall’inizio del 2025, nonostante lo shock tariffario e una nuova crisi energetica, lo STOXX Europe ha battuto l’S&P 500. Tra i fattori a sostegno del Vecchio Continente vengono citati l’elevata valutazione di partenza di Wall Street, i tassi più alti (che penalizzano i titoli growth a lunga duration americani ma favoriscono le banche europee), l’aumento del capex degli hyperscaler con i relativi dubbi su ritorno e sostenibilità finanziaria, la rotazione verso i titoli “HALO” (heavy assets, low obsolescence) e il forte incremento della spesa fiscale tedesca. Il 2027, con le elezioni in Francia, Italia e Spagna, viene indicato come un possibile banco di prova più insidioso.
Mito 4: la concorrenza cinese è un macigno insormontabile
Le esportazioni cinesi verso l’Europa crescono a doppia cifra e Pechino sta guadagnando quote di mercato anche nei Paesi terzi, con un impatto negativo evidente sul manifatturiero tedesco e su settori come auto e chimica, dove Goldman Sachs raccomanda un posizionamento Underweight. Ma gli analisti sottolineano come il mercato azionario non coincida con l’economia reale, e che gran parte della capitalizzazione europea sia poco esposta a questa dinamica: settori come finanziari, energia, servizi alle imprese, media, viaggi e tempo libero, farmaceutico e comparti domestici come immobiliare, telecomunicazioni e utility non risultano particolarmente vulnerabili alla pressione sui prezzi della manifattura cinese. Le auto, pur rappresentando circa un decimo delle vendite dello STOXX Europe, pesano solo per l’1% sulla capitalizzazione di mercato del continente, complice la bassa profittabilità e i multipli compressi del settore (luxury escluso). Il comparto tech hardware, tanto per dare un’idea, vale da solo tre volte tanto.
Mito 5: i prezzi dell’energia più alti danneggiano gli utili europei
Anche qui la realtà del mercato azionario diverge da quella dell’economia reale, che per l’Europa resta fortemente dipendente dalle fonti energetiche estere. Per le società quotate, invece, esiste una correlazione positiva tra prezzi dell’energia e utili, spiegata dal forte peso di energia e materie prime negli indici, ma anche dal fatto che settori come utility, chimica e finanziari beneficiano della combinazione tra inflazione più alta e tassi più elevati, spesso protetti da contratti con clausole di pass-through dei costi. Per molti altri comparti – telecomunicazioni, media, sanità – l’impatto resta marginale. Gli unici veri perdenti individuati da Goldman Sachs sono i titoli del consumo discrezionale. Resta un’avvertenza: se i prezzi energetici elevati dovessero persistere fino a frenare la domanda, l’impatto negativo potrebbe allargarsi ad altri settori, come già accaduto nel 2023 quando le aziende faticarono a scaricare sui prezzi finali i maggiori costi di input dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Mito 6: un’economia europea debole significa per forza borse deboli
Solo poco più del 40% dei ricavi dello STOXX Europe 600 arriva dall’interno dei confini europei: il resto è generato a livello globale, con il 24% dal Nord America, il 19% dall’Asia-Pacifico e il 15% dagli altri mercati emergenti. Il legame tra crescita economica europea e utili delle società quotate esiste, ma è più debole di quanto si tenda a pensare: gli utili dipendono più dalla crescita globale, dal pricing power e dai prezzi delle materie prime. Le valutazioni azionarie europee, sottolinea Goldman Sachs, seguono più da vicino l’indicatore di attività corrente statunitense che non la crescita domestica. E se è vero che l’economia europea resta debole, si è dimostrata più resiliente del previsto di fronte a shock come tariffe, guerre e crisi energetiche, con dati recenti sorpresi al rialzo nel secondo trimestre e indicazioni incoraggianti per il terzo.
Mito 7: nessuno sta comprando Europa
Al contrario, gli afflussi verso l’azionario europeo sono ai massimi degli ultimi dieci anni, escluso il 2021 (anno a cui il 2026 si sta avvicinando), trainati quasi esclusivamente da investitori esteri. Secondo Goldman Sachs, questo movimento riflette soprattutto un’esigenza di diversificazione rispetto alla concentrazione su dollaro e Stati Uniti, alle valutazioni elevate di Wall Street e al peso eccessivo di poche mega-cap negli indici americani. Non si tratta di un disinvestimento dagli USA: i flussi verso Stati Uniti e Asia restano più forti di quelli verso l’Europa, sostenuti anche da un flusso retail che il Vecchio Continente non possiede. Ma l’Europa sta comunque intercettando una quota crescente di questi capitali. A questo si aggiunge il ruolo delle stesse aziende europee come acquirenti nette, tramite buyback – particolarmente robusti in banche ed energia – e un’attività di M&A tornata a correre, che ha sostenuto in particolare le small e mid-cap.
Mito 8: l’Europa è a sconto solo perché cresce meno
Non è così, secondo gli analisti. A parità di range di crescita dei ricavi, le società statunitensi trattano a multipli superiori rispetto a quelle europee, con l’unica eccezione della fascia di crescita più bassa. Anche sul dividend yield l’Europa offre valori più generosi rispetto ai settori omologhi americani, e sul rapporto tra prezzo/book value e ROE la maggior parte dei settori europei tratta a sconto rispetto ai propri ritorni se confrontata con le controparti statunitensi. Il fatto che diverse società abbiano scelto di trasferire la quotazione primaria negli Stati Uniti – senza che sia avvenuto il percorso inverso – viene letto da Goldman Sachs come una conferma implicita di questa sottovalutazione. Uno sconto che, secondo gli analisti, è in parte meritato: la politica e i regolatori europei hanno una lunga tradizione di maggiore tassazione e regolamentazione rispetto alla crescita, e le aziende del continente non hanno ancora dimostrato la stessa costanza nel battere le attese mostrata dalle omologhe USA. Lo sconto è ancora più marcato per il FTSE 350, dove secondo gli analisti l’argomento a favore di un re-rating è più solido, complice anche il crescente interesse di acquirenti esteri per gli asset britannici.
