(Teleborsa) – Il ciclo di investimenti sull’intelligenza artificiale ha prodotto una nuova gerarchia tra i grandi patrimoni globali. Il patrimonio di Michael Dell è salito del 2% nella seduta di mercoledì fino a 273,2 miliardi di dollari, secondo le stime di Forbes, portandolo per la prima volta al secondo posto tra le persone più ricche al mondo e scavalcando il cofondatore di Alphabet Larry Page. Le azioni di Dell Technologies, di cui il fondatore detiene circa il 40%, hanno guadagnato il 4% toccando il massimo storico di 555,31 dollari, con un incremento di ricchezza personale pari a circa 6,3 miliardi.
Il sorpasso arriva a ventiquattr’ore di distanza da un altro scatto: martedì il patrimonio era cresciuto di 4,6 miliardi a 267,7 miliardi, consentendo il superamento di Jeff Bezos. Davanti resta soltanto Elon Musk, accreditato di circa 942 miliardi.
Il motore della rivalutazione è industriale. Nell’ultimo trimestre il gruppo ha registrato ricavi record di 47 miliardi di dollari, in crescita del 58% su base annua, ordini per server AI pari a 60,9 miliardi e un portafoglio inevaso di 95 miliardi. Il titolo segna un progresso del 327% da inizio anno, partito da circa 128 dollari, mentre la guidance annuale è stata alzata di 25 miliardi a 192 miliardi. Parte della ricchezza è inoltre allocata nel veicolo privato DFO Management, attivo nell’hotellerie e nel credito corporate, e in una quota multimiliardaria in Broadcom.
Il contesto di mercato resta però cauto: il Nasdaq 100 cede lo 0,29%, l’S&P 500 lo 0,48% e il Dow Jones Industrial Average lo 0,77%, segnale di una rotazione selettiva più che di un rialzo generalizzato.
Le istituzioni continuano a segnalare rischi di concentrazione. La Banca dei Regolamenti Internazionali ha rilevato che i cinque maggiori hyperscaler spenderanno oltre mille miliardi di dollari in capex legata all’AI tra 2025 e 2026, superando utili e flussi di cassa e ricorrendo al debito. La Bank of England, per parte sua, ha avvertito che valutazioni tirate unite a una crescente concentrazione degli indici espongono i mercati azionari a correzioni brusche. Il Fondo Monetario Internazionale stima la capitalizzazione azionaria statunitense al 226% del prodotto interno lordo, contro il 132% del 2001.
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