(Teleborsa) – L’export agroalimentare italiano verso gli Stati Uniti corre il rischio di subire danni che sfiorano i 2 miliardi di euro annui con l’introduzione di dazi al 25% da parte dell’amministrazione di Donald Trump. L’allarme è stato lanciato dal Centro studi di Unimpresa.
“Non è solo una questione di numeri – una perdita stimata tra 1,75 e 1,95 miliardi annui – ma di identità, di quel Made in Italy che parla di tradizione, qualità, fatica”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora, aggiungendo “serve un’azione diplomatica rapida, incisiva, che non si perda in retorica ma si giochi a Washington con la determinazione di chi sa cosa c’è in ballo. L’Italia non può permettersi di lasciare che il vino, l’olio, i formaggi – simboli di un Paese – diventino ostaggi di una guerra commerciale. La politica, ora, deve dimostrare di essere all’altezza della sua storia”.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, l’export agroalimentare italiano verso gli Usa ha raggiunto circa 7,8 miliardi di euro nel 2024, un valore che mostra una crescita del 17% rispetto ai 6,67 miliardi di euro dell’anno precedente. Gli Stati Uniti rappresentano un mercato cruciale, assorbendo circa il 12% dell’export agroalimentare italiano globale, stimato in circa 70 miliardi nel 2024.
Fra i prodotti di punta del Made in Italy agroalimentare vi sono vini (circa 1,7 miliardi di euro), olio d’oliva (670-937 milioni di euro), pasta (805 milioni di euro) e formaggi (340-500 milioni di euro, a seconda delle stime). L’introduzione di dazi al 25% sui prodotti agroalimentari italiani esportati negli Stati Uniti comporterebbe un aumento dei costi per gli importatori americani, con probabili ripercussioni sulla domanda e sui volumi esportati.
Per calcolare i danni potenziali, il centro Studi ha considerato due scenari: uno basato sul valore economico diretto dei dazi, stimato in 1,95 miliardi di euro, ed un altro che tiene conto di una possibile riduzione delle vendite (impatto indiretto), stimato in altri ,75 miliardi, cagionato da una riduzione della produzione del 15-30%. L’impatto diretto rappresenta il costo aggiuntivo che gli importatori americani dovrebbero sostenere nella misura del 25%, che rende i prodotti italiani meno competitivi, mentre l’impatto indiretto considera una diminuzione della domanda dovuta all’aumento dei prezzi, che spingerebbe i consumatori americani ad optare per alternative più economiche. I danni effettivi totali dipenderanno da un lato dalla capacità degli importatori di assorbire i costi e, dall’altro, da quanto la domanda si riduca. Settori come il vino (500 milioni di euro di perdite potenziali), l’olio d’oliva (240 milioni) e i formaggi (fino a 300 milioni) sarebbero tra i più colpiti.