(Teleborsa) – In Italia i lavoratori dipendenti attendono sempre più a lungo un aumento dello stipendio previsto dal contratto, e negli ultimi venticinque anni il loro potere d’acquisto si è ridotto. È quanto emerge da uno studio della Banca d’Italia pubblicato nella collana “Questioni di Economia e Finanza”. L’analisi si basa sull’archivio dell’Istituto relativo ai 50 contratti collettivi nazionali (CCNL) più rappresentativi del settore privato non agricolo, che nel 2024 si applicavano a quasi tre quarti di operai e impiegati.
Il dato principale riguarda le retribuzioni. Tra il 2000 e il 2025 i minimi tabellari sono aumentati in media del 61,2% in termini nominali. Se si considera l’inflazione, però, nel 2025 risultavano inferiori dell’1,3% rispetto al 2000. Fino al 2020 i salari contrattuali erano cresciuti leggermente in termini reali. La perdita si concentra quindi negli anni dell’ondata inflattiva 2021-2023, quando la crescita dei prezzi ha superato l’8% nel picco del 2022. Gli aumenti contrattuali, ancorati all’indice IPCA-NEI (che esclude l’energia importata) e a previsioni rivelatesi troppo basse, non sono riusciti a tenere il passo. Nel 2023, ad esempio, l’IPCA-NEI effettivo è stato del 6,9%, mentre tre anni prima ne era stato previsto l’1,1%.
Il quadro cambia molto da un settore all’altro. Nell’industria le retribuzioni tabellari sono cresciute del 4,3% in termini reali nell’arco dei venticinque anni. Nei servizi privati, invece, sono diminuite del 5,9%. La differenza dipende soprattutto dai tempi di rinnovo. Nell’industria il ritardo medio è stato di 6 mesi, nei servizi di circa 22, e nel periodo 2020-2025 ha superato i 35 mesi. Gli ultimi rinnovi dei contratti del commercio e degli alberghi, firmati nel 2024, sono arrivati con ritardi rispettivamente di oltre 4 e oltre 5 anni. I metalmeccanici hanno limitato le perdite grazie alla clausola di adeguamento all’inflazione effettiva: a fine 2025 il loro minimo contrattuale era vicino al massimo raggiunto a giugno 2021.
Si allungano anche i tempi tra un aumento e l’altro. Nel periodo 2020-2025 i minimi tabellari sono stati aggiornati in media ogni 16 mesi, contro gli 11 mesi del 2000-2004. La quota di contratti rinnovati con almeno tre mesi di ritardo è salita dal 61% all’86%. Mentre un contratto è scaduto, gli stipendi restano fermi. Secondo i dati Istat citati nello studio, tra il 2015 e il 2025 la quota di dipendenti privati con contratto scaduto non è mai scesa sotto il 20%, con un picco del 76% nel 2020.
Per compensare i ritardi, le parti sociali ricorrono spesso alle una tantum, previste nel 56% dei rinnovi. Per ogni mese di ritardo in più, la probabilità di un pagamento una tantum aumenta di circa un punto percentuale e l’importo cresce di circa 18 euro. Una parte del recupero è arrivata anche dalla contrattazione aziendale e territoriale. Le retribuzioni effettive tendono a crescere più dei minimi quando il contratto nazionale è scaduto da oltre un anno. Questa compensazione è stata però solo parziale: anche le retribuzioni di fatto risultano in calo del 2,5% in termini reali dal 2000.
Infine, sono cresciute le distanze tra i contratti. In termini reali, il minimo dei contratti che pagano meno (10° percentile) è sceso da 1.560 a 1.421 euro mensili. Quello dei contratti più generosi (90° percentile) è salito da 1.902 a 1.955 euro.
