(Teleborsa) – Il presidente Donald Trump, nel suo annuncio sui dazi al Rose Garden della Casa Bianca, ha annunciato tariffe doganali elevate su decine di nazioni che registrano significativi surplus commerciali con gli Stati Uniti, imponendo al contempo una tassa di base del 10% sulle importazioni da tutti i paesi in risposta a quella che ha definito “un’emergenza economica”. In teoria questi “dazi reciproci” dovrebbero essere commisurati alle barriere commerciali che gli altri paesi impongono contro gli Stati Uniti, ma in realtà derivano da un calcolo grezzo che tiene solamente conto nel deficit commerciale del 2024.
Sul sito internet del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America è infatti apparsa una pagina che spiega in che modo l’amministrazione USA ha calcolato le varie tariffe apparse nelle tabelle tenute in mano da Trump durante l’annuncio. Al suo interno è contenuta la formula utilizzata, che divide il surplus commerciale di un paese con gli Stati Uniti per le sue esportazioni totali, in base ai dati del Census Bureau per il 2024 (moltiplicando per 100 per ottenere una percentuale); poi quel numero è diviso per due, producendo il tasso mostrato da Trump.
La Cina, ad esempio, ha avuto un surplus commerciale di 295 miliardi di dollari con gli Stati Uniti l’anno scorso su esportazioni totali di 438 miliardi di dollari, un rapporto del 68%. Diviso per due, secondo la formula di Trump, ciò ha prodotto una tariffa del 34%. Facendo un altro esempio, l’Indonesia ha avuto un surplus commerciale di 17,9 miliardi di dollari con gli Stati Uniti l’anno scorso su esportazioni totali di 28 miliardi di dollari, un rapporto del 64%. Diviso per due, restituisce la tariffa del 32% annunciata. Ciò spiega anche perché le tariffe imposte all’America Latina sono basse rispetto all’Asia: i deficit commerciali degli USA con i paesi latinoamericani sono bassi, mentre quelli con i paesi asiatici sono grandi, e così le tariffe imposte ai paesi asiatici sono alte. Sono stati colpiti dai nuovi dazi anche i paesi in cui gli Stati Uniti hanno un surplus commerciale, con una tariffa del 10%, così come le nazioni in cui import-export più o meno si equivalgono.
“Mentre calcolare individualmente gli effetti del deficit commerciale di decine di migliaia di politiche tariffarie, regolamentari, fiscali e di altro tipo in ogni paese è complesso, se non impossibile, i loro effetti combinati possono essere approssimati calcolando il livello tariffario coerente con la riduzione dei deficit commerciali bilaterali a zero – si legge sul sito del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America – Se i deficit commerciali sono persistenti a causa di politiche tariffarie e non tariffarie e di principi fondamentali, allora il tasso tariffario coerente con la compensazione di queste politiche e principi fondamentali è reciproco ed equo”.
Nonostante il funzionamento della formula sia chiaro, il vice portavoce della Casa Bianca ha provato a smentirla. “No, abbiamo letteralmente calcolato le barriere tariffarie e non tariffarie”, ha scritto Kush Desa su X in risposta a James Surowiecki, giornalista americano che aveva sollevato la questione, in realtà confermando quanto stava emergendo, in quanto ha indicato il sito internet del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America dove c’era la formula.
La formula effettiva utilizzata non è quella inizialmente indicata dalla Casa Bianca come sarebbero stati eseguiti i calcoli. Nel suo memorandum del 13 febbraio che delineava le tariffe reciproche, Trump aveva ordinato un’analisi di “ambito completo, esaminando le relazioni commerciali non reciproche con tutti i partner commerciali degli Stati Uniti”, comprese le loro tariffe, tasse, barriere non tariffarie, manipolazione valutaria e “qualsiasi altra pratica” che “impone qualsiasi limitazione ingiusta all’accesso al mercato o qualsiasi impedimento strutturale alla concorrenza leale”.