(Teleborsa) – Il petrolio cede intorno al 2,5% con il Brent a 98 dollari al barile e il WTI a 90,6 dollari (-3,3%), quasi azzerando i guadagni della seduta precedente quando i nuovi raid USA in Iran avevano spinto i prezzi al rialzo. Il calo riflette i progressi percepiti nei negoziati di pace tra Washington e Teheran.
L’analista PVM Tamas Varga ha spiegato a Cnbc che “c’è stato un progresso palpabile verso la fine della crisi e un numero crescente di navi sta transitando attraverso il collo di bottiglia critico. È per questo che la pressione al ribasso è ripresa”.
Gli analisti di Commerzbank hanno aggiunto che “le speranze per un accordo quadro tra USA e Iran sono state in qualche modo smorzate dai recenti raid americani su siti missilistici iraniani e imbarcazioni che stavano presumibilmente cercando di minare lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, la fiducia rimane alta tra i partecipanti al mercato”. A sostenere il sentiment anche la notizia che alcune petroliere GNL hanno attraversato lo Stretto nei giorni scorsi, alimentando le attese di una prossima riapertura della rotta.
“Riteniamo che lo shock petrolifero abbia superato la fase uno (panico iniziale) e la fase due (aspettative di un conflitto di breve durata) e stia ora entrando nella fase tre – hanno però commentato gli analisti di T. Rowe Price –. Durante la fase uno di panico iniziale, gli investitori hanno in gran parte abbandonato le posizioni più affollate o ridotto significativamente l’esposizione dopo lo shock iniziale (inizio marzo). Nella fase due, invece, le aspettative erano di un conflitto di breve durata: poiché si prevedevano effetti inflazionistici di secondo livello limitati, si stimava solo un impatto moderato sulla politica monetaria, che è stato incorporato nei mercati da metà marzo a oggi”.
“La fase tre, infine, potrebbe prevedere una perturbazione prolungata: la mancanza di una soluzione implica carenze energetiche durature e la probabilità che gli effetti inflazionistici di secondo livello inizino a diventare più evidenti. In queste condizioni, le banche centrali potrebbero essere costrette a intervenire in modo più significativo”, ha aggiunto Peter Botoucharov, Emerging Market Credit Analyst di T. Rowe Price.
