(Teleborsa) – Ancora alta tensione sui mercati petroliferi a causa della guerra in Medio Oriente e dell’allargamento del conflitto anche alle infrastrutture energetiche vitali. In mattinata, i futures sul Brent hanno superato anche i 119 dollari al barile, il livello più alto da oltre una settimana, per assestarsi poi intorno ai 113 dollari (+6% circa). Il divario con il greggio americano WTI (stabile a 95,75 dollari) ha toccato il punto più ampio da oltre un decennio, complice il massiccio rilascio di riserve strategiche da parte degli Stati Uniti.
La nuova fiammata dei prezzi è stata innescata dagli attacchi aerei contro il giacimento iraniano di South Pars, il più grande deposito di gas naturale al mondo. Teheran ha risposto colpendo impianti energetici in Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. I prezzi del gas in Europa sono aumentati del 25% dopo che gli attacchi iraniani hanno colpito il più grande sito di produzione di gas naturale liquefatto al mondo, Ras Laffan in Qatar. Questo sito da solo rappresenta fino a un quinto dell’offerta globale di GNL.
In un duro post sui social media, il presidente Donald Trump ha preso le distanze dall’attacco israeliano iniziale, ma ha lanciato un avvertimento definitivo a Teheran: “Gli Stati Uniti non sapevano dell’attacco di Israele a South Pars. Israele non colpirà più il giacimento, ma se l’Iran continuerà la ritorsione, gli USA faranno ‘saltare in aria massicciamente’ l’intera area”.
Nel frattempo, con lo Stretto di Hormuz ampiamente chiuso dall’Iran, l’amministrazione Trump starebbe valutando l’invio di migliaia di truppe per garantire il passaggio delle petroliere. Secondo indiscrezioni di Reuters, Washington starebbe inoltre considerando anche l’occupazione di Kharg Island, l’hub che gestisce il 90% dell’output petrolifero iraniano, già colpito dai raid americani la scorsa settimana. Tale soluzione vorrebbe costringere l’Iran a negoziare da una posizione di estrema debolezza.
L’aumento del greggio sta oscurando i dati economici tradizionali: i prezzi salgono nonostante il rafforzamento del dollaro e l’inaspettato aumento delle scorte settimanali negli USA. Gli investitori sono ora concentrati sul rischio che il caro-energia spinga le banche centrali, a partire dalla Federal Reserve e BCE, verso un atteggiamento più “falco” sui tassi d’interesse per contrastare una nuova ondata inflattiva.
