(Teleborsa) – Il petrolio ha sfondato anche il tetto dei 100 dollari nel weekend, per la prima volta da luglio 2022, arrivando a sfiorare i 120 dollari al barile, sulla prospettiva di una guerra più lunga del previsto in Iran. Le indiscrezioni sull’uso di riserve di emergenza da parte di alcuni Paesi del G7 sono riuscite solo parzialmente a stemperare la tensione, che resta altissima, a causa dela serrata dello stretto di Hormuz, che ha indotto diversi Paesi del Golfo a bloccare la produzione.
Petrolio a 107 dollari al barile
Questa mattina, le quotazioni del Brent si aggirano sui 107,86 dollari al barile, in rialzo del 16,4% rispetto ai prezzi di chiusura dello scorso venerdì, dopo aver toccato massimi di quasi 120 dollari nelle trattazioni notturne. Il greggio la scorsa settimana ha messo a segno un rally di circa il 38% a causa dello scoppio della guerra in Iran durante l’ultimo weekend di febbraio.
Parallelamente, il WTI nordamericano si è posizionato a 102,52 dollari al barile, in rialzo del 13% rispetto a venerdì, dopo aver raggiunto un picco di 119 dollari nella notte ed aver messo a segno un rialzo del 44% la scorsa settimana.
G7 verso rilascio scorte di emergenza
A stemperare i prezzi hanno contribuito le voci di un possibile rilascio delle riserve di emergenza da parte dei Paesi del G7. Secondo il Financial Times, i ministri delle finanze del G7 ne discuteranno in occasione di una riunione starordiaria nella giornata di oggi. Il rilascio delle riserve di emergenza avverrà in coordinamento con l’Agenzia Internazionale per l’Energia ad opera di tre paesi del G7, tra cui gli Stati Uniti.
I Paesi del Golfo rallentano le trivelle
E mentre la guerra in Iran si sta intensificando, i bombardamenti hanno colpito anche le infrastrutture petrolifere iraniane, mettendo a repentaglio la produzione di uno dei maggiori contributori della produzione Opec. L’Iran infatti ha una produzione di circa 3,5 milioni di barili al giorno, più 0,8 milioni di condensato, pari a circa il 4% della produzione mondiale, in gran parte destinata all’export.
Ma non è soltanto la produzione iraniana a rischio. Alcuni Paesi del Golfo sono stati costretti a fermare la produzione a causa del blocco dello stretto di Hormuz. Il Kuwait ha annunciato già venerdì sera una riduzione precauzionale della produzione e della raffinazione del petrolio, mentre la compagnia di stato Kuwait Petroleum Corporation ha spiegato che la decisione rientra nella sua “strategia di gestione del rischio e continuità operativa”.
Anche altri Paesi del Golfo, come il Qatar e gli Emirati Arabi si sono trovati costretti a ridurre la produzione a causa del mancato transito delle petroliere dallo stretto di Hormuz. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia la produzione attuale è crollata a circa 4 milioni di barili al giorno contro i 20 milioni che normalmente escono dal Golfo. Ed anche l’ipotesi che Arabia Saudita ed Emirati usino il terminal di Yanbu sul Mar Rosso attutisce parzialmente l’impatto sul mercato, ma non neutralizza completamente gli effetti del blocco.
Stati Uniti assicurano: traffico a Hormuz riprenderà presto
Frattanto, gli Stati Uniti assicurano che il transito delle navi nello stretto di Hormuz riprenderà a breve. Lo ha annunciato il ministro dell’energia americano Chris Wright, spiegando che “il flusso dell’energia riprenderà presto” e che i recenti aumenti dei prezzi del petrolio sono solo un “piccolo prezzo” da pagare per avere prezzi più bassi nel lungo termine Poi, Wright ha spiegato che l’impatto si sentirà soprattutto sulla Cina che “sta per perdere il secondo dei suoi tre fornitori di petrolio” che sono Iran, Venezuela e Russia. Stando agli analisti, il 40% dell’import cinese arriva dall’area del Golfo.
