(Teleborsa) – Sebbene sia aumentato il numero complessivo di società quotate a Piazza Affari, trainato dalle PMI presenti sul mercato “secondo” (EGM), negli ultimi anni è emersa una “crescente disaffezione da parte delle large corporate“, che determina un sempre più contenuto numero di ammissioni e un crescente numero di delisting sul mercato principale (EXM), a cui si accompagnano un livello di capitalizzazione “tendenzialmente asfittico e insoddisfacenti condizioni di liquidità”. È quanto emerga da un focus sul tema presente nel Primo Rapporto dell’Osservatorio “PMI e Mercato dei Capitali”, istituito da Consob e CeTIF – Università Cattolica, firmato da Cristiana Schena (Università degli Studi dell’Insubria), Giovanna Redaelli (Università degli Studi dell’Insubria) e Alessandra Tanda (Università degli Studi di Pavia).
I principali trend dei delisting
Gli autori fanno innanzitutto notare che il fenomeno del delisting in Italia è percepito come “strutturale”, tanto da suscitare l’interesse del legislatore; l’uscita dai listini, infatti, ha sempre interessato il mercato italiano in misura importante ed è stato spesso più intenso del flusso di nuove ammissioni. In particolare, tra il 2003 e il 2024 si sono registrati ben 398 delisting, a fronte di un numero totale di società quotate comprese tra 279 nel 2003 e 422 nel 2024.
La prevalenza di delisting di società quotate sul mercato ufficiale (EXM) (pari a 292 sui 398 totali, con un’incidenza del 73%), contribuisce a rendere il listino principale di Borsa Italiana sottodimensionato rispetto agli altri mercati quotati europei (e, ancor di più, extra-europei), già segnato dal sempre più contenuto numero di richieste di nuove ammissioni. In particolare, rispetto ai principali mercati europei, “il caso italiano risulta peculiare non solo in termini numerici (numero delle large corporate delistate e impatto sulla capitalizzazione), ma anche sul piano qualitativo, in considerazione soprattutto dell’elevato numero di delisting volontari da parte delle large corporate”, viene sottolineato.
Anche i dati riferiti al 2025 confermano l’andamento descritto e ne riflettono un’ulteriore intensificazione: l’anno si chiude con 21 quotazioni concentrate su EGM per una capitalizzazione complessiva di 593 milioni, rispetto alle 29 società che hanno lasciato la Borsa (prevalentemente delisting dal mercato ufficiale EGM) comportando una perdita di capitalizzazione pari a 2,54 miliardi.
Le motivazioni del delisting
I casi più frequenti di delisting sono riferibili ad acquisizioni esterne (143 casi sui 398 totali, pari al 35,9%) che hanno coinvolto prevalentemente società quotate su EXM (113 casi su 143, pari al 79% del totale). La seconda tipologia in ordine di importanza è riferita ai delisting volontari (95 casi, pari a quasi il 24% dei 398 totali) e, anche in questo caso, sono riferiti in maggior misura alle società quotate in EXM (80 casi su 95, pari a 84%).
Focalizzando l’attenzione sulle società del listino ufficiale (EXM), oltre al delisting per operazioni straordinarie (113 casi di “Acquisizione esterna”), si rilevano casi di cessata attività (42 casi sul totale) e un minor numero di delisting involontari (solo 11 casi sul totale di 292). “Ciò porta a ritenere che, in genere, si delistano aziende di medio-grandi dimensioni sane e con buone prospettive di crescita, oppure imprese che intendono ricercare opportunità su mercati di capitali esteri, in alternativa a scelte di delisting puro eventualmente supportate dall’ingresso di investitori istituzionali (80 casi di delisting “volontario”)”, si legge nel rapporto.
Le dinamiche di takeover
Il delisting si inquadra quindi spesso nel contesto di dinamiche di takeover (in particolare tramite OPA), in cui l’acquirer decide di delistare l’emittente per una serie di motivazioni, tra cui semplificazione normativa, minori oneri e maggior flessibilità gestionale e organizzativa, maggior competitività e velocità di esecuzione, tutti ritenuti vantaggi dello status di non quotata; inoltre, in alcuni casi le società ritengono che: la capitalizzazione di mercato non rifletta i valori fondamentali della società; l’operatività degli investitori si caratterizza su orizzonti di breve periodo (short termism); la liquidità dei titoli quotati registra valori inferiori alle attese degli emittenti (volumi di negoziazione bassi e insufficiente attività di sostegno alla liquidità da parte del liquidity provider/specialista).
Gli autori, inoltre, rilevano che cresce anche il numero di OPA sul mercato alternativo (EGM): fra il 2020 e il 2023 si sono registrate 16 OPA (21,9% delle offerte totali), con un’accelerazione nel 2023 (10 casi), rispetto alle 9 OPA del periodo 2007-2019. Su EXM si registra anche un numero non trascurabile di delisting volontari (80 casi tra il 2003 e il 2024, su un totale di 292), ma la fattispecie di recente sta interessando anche EGM, il che sembra segnalare una “crescente insoddisfazione delle PMI rispetto all’esito del listing”.
I delisting volontari e involontari
Le motivazioni dei delisting volontari da EXM sono diversificate. In alcuni casi contemplano il trasferimento della sede legale in un altro Stato membro della UE, specialmente nei Paesi Bassi, per esigenze di “forum shopping“, ossia la ricerca di un ordinamento più favorevole ai gruppi di comando, spesso a carattere familiare, che controllano la società, considerazione che sembra prevalere su altre di carattere fiscale o strategico. In altri casi, il trasferimento deriva dal desiderio di accesso a borse internazionali più dinamiche, con requisiti di ammissione meno stringenti e sistemi di governance più flessibili. I numeri dei fenomeni appena descritti appaiono per ora contenuti, ma con impatti non trascurabili sulla capitalizzazione di mercato e, comunque, più rilevanti rispetto a quanto registrato in altri Stati Membri della UE, il che genera preoccupazioni circa l’attrattività del contesto italiano.
Per completare l’analisi, lo studio osserva che il delisting (involontario) derivante dalla “mancanza dei requisiti” è riconducibile in molti casi al listino EGM (27 casi sui 38 totali, pari al 71%) e costituisce una delle più importanti motivazioni dell’uscita dal mercato delle PMI, seconda solo ai delisting per “acquisizioni esterne” (pari a 30 casi sui 143 totali). “Il dato colpisce, considerando lo sforzo compiuto prevedendo requisiti meno stringenti proprio per agevolare l’accesso al mercato delle PMI, ma probabilmente segnala situazioni di debolezza delle strutture, riconducibili a motivi interni e all’incapacità di attrarre l’interesse degli investitori, che discende dalla capitalizzazione molto contenuta di tali imprese e dalla scarsa liquidità del mercato”, viene sottolineato.
