(Teleborsa) – In un intervento all’Official Monetary and Financial Institutions Forum a Londra, il presidente della Federal Reserve Bank di Chicago, Austan Goolsbee, ha messo in discussione la tradizionale prassi delle banche centrali di “guardare oltre” gli shock di offerta, sostenendo che quando questi diventano persistenti “non possono più essere semplicemente ignorati”. “Storicamente si è ritenuto che gli shock all’offerta aggregata tendessero a produrre un’inflazione più transitoria rispetto agli shock di domanda”, ha spiegato Goolsbee, ma “ultimamente gli shock di offerta sono diventati più frequenti, più forti e più duraturi. E una volta che gli shock di offerta all’inflazione diventano persistenti, parte della logica dietro il ‘guardare oltre’ non regge più”.
Goolsbee ha citato esempi concreti dell’esperienza recente degli Stati Uniti: “Le catene di approvvigionamento del Covid dovevano guarire entro pochi mesi. Quando è scoppiata la guerra nel Golfo, i mercati futures prevedevano un rapido calo dei prezzi del petrolio; mesi dopo, il petrolio è ancora intorno ai 100 dollari al barile e potenzialmente in aumento. I dazi non sono stati affatto simili all’esempio da manuale di un aumento di prezzo una tantum: hanno invece seguito un andamento di escalation ripetuta”.
Sul piano operativo, il banchiere centrale ha precisato che la risposta a uno shock d’offerta persistente “non deve necessariamente rispecchiare la risposta a uno shock di domanda”, perché ridurre l’inflazione da shock d’offerta richiede comunque di comprimere la domanda, “e con essa, la produzione e l’occupazione”, generando un trade-off doloroso per il duplice mandato della Fed.
Guardando al quadro attuale, Goolsbee ha detto di essere “particolarmente attento all’inflazione elevata nei settori dei servizi” e a eventuali segnali che la costruzione di data center per l’AI stia “facendo traboccare la produzione aggregata oltre quanto l’economia può assorbire”, entrambi possibili sintomi di surriscaldamento della domanda.
Sul fronte dell’offerta, ha osservato che le previsioni sul picco dell’inflazione sono state ripetutamente rinviate, “dal quarto trimestre 2025… ora a un momento imprecisato del 2027. Non è uno schema rassicurante”. “Abbiamo bisogno di prove che questi shock si stiano effettivamente esaurendo”, ha concluso, “altrimenti è difficile vedere un percorso credibile di ritorno al 2% di inflazione”.
