(Teleborsa) – La Consulta ribadisce il suo no al pagamento del Trattamento di fine Servizio dei dipendenti pubblici in forma rateizzata, ma nello stesso tempo non impone l’immediata cancellazione delle norme che stabiliscono il pagamento dilazionato, poiché ciò potrebbe comportare un immediato esborso a carico delle finanze pubbliche, e rinvia tutto a gennaio 2027.
Lo ha confermato la Corte che era stata nuovamente investita della questione di legittimità costituzionale delle disposizioni, risalenti al 2010, che prevedevano il pagamento differito e rateizzato dei trattamenti di fine servizio spettanti ai dipendenti pubblici cessati dall’impiego per raggiunti limiti di età o di servizio. Norme che avevano costretto i dipendenti pubblici in pensione ad attendere per un lungo periodo il pagamento della sospirata liquidazione (TFS).
“La Consulta ha rilevato che, nonostante moniti espressi con le sentenze del 2019 e del 2023, non è stato ancora avviato ‘in modo sostanziale’ quel processo di graduale, ma completa, eliminazione dei termini per il riconoscimento di tali spettanze, sollecitato dalle predette pronunce”, si legge nell’ordinanza 25/2026.
Le due riforme sopraggiunte – rileva la Corte Costituzionale – hanno “portata circoscritta”, in quanto, da un lato, hanno ampliato la platea di coloro che “per la loro condizione di fragilità, possono percepire l’intero trattamento nel termine di tre mesi dalla cessazione dal servizio, senza ulteriore dilazione” e, dall’altro, “è stato ridotto ad un ‘una tantum’ di tre mesi, con decorrenza 1 gennaio 2027, il termine per la liquidazione del TFS”.
La Corte ravvede un contrasto con l’articolo 36 della Costituzione, che sancisce il diritto ad una retribuzione “proporzionata e sufficiente”. Nello stesso tempo però riconosce che il decadimento delle “disposizioni censurate” comporterebbe l’eliminazione retroattiva di ogni dilazione e, di conseguenza, la “immediata esigibilità dei trattamenti”, traducendosi “in un temporaneo, ma assai significativo, impatto sulle finanze pubbliche in termini di fabbisogno di cassa”.
“Pertanto, al fine di consentire al legislatore di intervenire con un’appropriata disciplina, pur anche nel segno della gradualità, la Corte ha deciso di rinviare la trattazione delle questioni di legittimità costituzionale all’udienza del 14 gennaio 2027, all’esito della quale potrà essere valutata l’eventuale sopravvenienza di un intervento riformatore che pianifichi l’eliminazione dei meccanismi dilatori in questione”.
Tutto viene dunque rinviato alla prossima Legge di Bilancio, quando si dovranno trovare le risorse per il pagamento dei TFS, che oggi vengono dilazionati anche in tre rate, a seconda dell’importo (il primo a nove mesi dall’uscita dal lavoro). La cifra complessiva è stata stimata in oltre 15 miliardi dall’Inps.
