(Teleborsa) –
Il passaggio generazionale è un percorso strutturato per fasi, che può durare anni, da preparare in anticipo, perché nelle famiglie con un patrimonio o un’impresa il trasferimento riguarda persone, beni, ruoli e regole. Non stiamo parlando solamente di dividere il patrimonio, ma anche di evitare tre problemi: la dispersione del valore, i conflitti tra gli eredi e il blocco delle decisioni. In un patrimonio dove ci sono aziende, partecipazioni o immobili da gestire, una distribuzione fatta senza regia può creare squilibri: ad esempio, un’impresa può essere divisa male, ci sono coeredi da liquidare, ma senza liquidità sufficiente, oppure ci sono beni che devono essere venduti velocemente per pagare imposte e compensazioni.
Anche per questo motivo la pianificazione va fatta prima: gli eredi possono non essere ancora pronti, o non avere lo stesso interesse verso l’impresa, e questo aspetto va gestito in anticipo. Il passaggio generazionale va quindi costruito gradualmente: chi guiderà l’azienda, chi riceverà altri beni, come si compenseranno gli eredi non operativi, quanta libertà manterrà la generazione uscente. Inoltre, c’è anche una novità fiscale da conoscere: dal 2025 è cambiata la gestione dell’imposta di successione. Per le successioni aperte dal 1° gennaio 2025, l’imposta di successione non viene più liquidata in via ordinaria dall’ufficio, ma deve essere autoliquidata dai soggetti obbligati sulla base della dichiarazione di successione, con versamento tramite F24.
Successione e passaggio generazionale non sono la stessa cosa
Il primo aspetto da chiarire è che successione e passaggio generazionale non sono la stessa cosa.
La successione risponde soprattutto alla domanda “chi riceve che cosa dopo la morte?”.
Il passaggio generazionale, invece, risponde a una domanda ben più ampia: “come si trasferiscono beni, potere, responsabilità e rapporti familiari senza creare disordine?”.
Se nel patrimonio c’è un’azienda, per esempio, non bisogna decidere solo a chi lasciarla, ma anche chi la guiderà, come verranno tutelati gli altri eredi e con quali regole verranno prese le decisioni. Lo stesso vale per immobili, partecipazioni, liquidità e beni esteri: ogni parte del patrimonio può avere esigenze diverse.
Differenza tra successione e passaggio generazionale
| TEMA | SUCCESSIONE | PASSAGGIO GENERAZIONALE |
|---|---|---|
| Che cos’è | Il trasferimento dei beni dopo la morte | L’organizzazione del trasferimento di beni, controllo e responsabilità |
| Domanda principale | Chi eredita? | Come si trasferisce il patrimonio senza creare conflitti o blocchi? |
| Cosa riguarda | Quote, beni, diritti ereditari | Beni, azienda, ruoli, poteri, liquidità, rapporti tra familiari |
| Orizzonte | Spesso legato al momento successorio | Si costruisce prima, anche molti anni prima |
| Obiettivo | Attribuire il patrimonio agli eredi | Preservare il patrimonio, la continuità e l’equilibrio familiare |
Il concetto di fondo è che il patrimonio familiare non va trattato come un blocco unico. Un’azienda ha bisogno di continuità nella guida, mentre un immobile può servire a garantire stabilità o reddito.
La liquidità può servire per compensare un erede che non entrerà nell’impresa. Le partecipazioni societarie possono richiedere una riorganizzazione prima del trasferimento. Se poi ci sono beni all’estero, entrano in gioco anche regole diverse.
Insomma, appare chiaro come famiglia, proprietà e impresa non siano la stessa cosa. Nella stessa famiglia può esserci chi vuole gestire l’azienda, chi preferisce ricevere altri beni, chi ha bisogno di tutela e chi invece vuole solo chiarezza sui propri diritti.
Prima di scegliere gli strumenti: cosa la legge permette e cosa no
Il passaggio generazionale si può pianificare, lo abbiamo detto, ma non in modo completamente libero. La legge italiana lascia spazio alle scelte della famiglia, però fissa alcuni limiti.
Il primo è il divieto dei patti successori. In pratica, non si può fare oggi un accordo con cui una persona decide insieme ai futuri eredi come verrà distribuito il patrimonio dopo la sua morte. Il Notariato ricorda che gli accordi con cui si dispone della propria successione futura sono nulli. L’unica vera eccezione riconosciuta dalla legge è il patto di famiglia, che riguarda il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni societarie.
Il secondo limite è la legittima. Questo significa che una parte del patrimonio è riservata per legge ad alcuni soggetti, ovvero:
- Coniuge e figli;
- In assenza di figli, anche gli ascendenti possono avere tutela.
In altre parole, chi pianifica non può disporre di tutto liberamente come se non esistessero eredi protetti. Se il testamento o le donazioni fatte in vita riducono troppo questa quota, il legittimario leso può agire in giudizio per ottenere il ripristino dei propri diritti. Questa causa si chiama azione di riduzione e permette al legittimario di chiedere al giudice di ridurre le disposizioni testamentarie o le donazioni che hanno leso la sua quota di legittima, cioè la parte di eredità che la legge gli riserva. Il termine ordinario per esercitare l’azione di riduzione è di dieci anni dall’apertura della successione, dopodiché il diritto si prescrive.
Facciamo un esempio pratico: se un genitore ha due figli e decide di lasciare quasi tutto a uno solo, il testamento può anche essere formalmente valido, ma non può cancellare i diritti dell’altro figlio sulla quota riservata dalla legge. Lo stesso vale per le donazioni fatte in vita: possono anticipare il trasferimento del patrimonio, ma non eliminano il problema della legittima. Se quelle donazioni, sommate al resto, finiscono per danneggiare un legittimario, quel soggetto può contestarle dopo la morte del disponente.
In pratica, il testamento serve a dire chi deve ricevere cosa, ma non può cancellare la legittima dei familiari protetti dalla legge.
La donazione, invece, può anticipare il trasferimento dei beni quando la persona è ancora in vita, ma non mette al riparo da future contestazioni se finisce per ledere la quota riservata ai legittimari.
Cosa è cambiato con la riforma di fine 2025
A questo punto dobbiamo però citare un’altra novità: la riforma di fine 2025, ovvero la legge 2 dicembre 2025, n. 182, e in particolare il suo articolo 44, ha modificato in modo rilevante la disciplina civilistica di donazioni e successioni, intervenendo su alcuni articoli del codice civile (nn. 561, 562, 563, 2652 e 2690). Questa riforma ha infatti migliorato la circolazione degli immobili donati, perché ha eliminato l’azione di restituzione contro i terzi acquirenti, cioè contro chi compra dal donatario. Tuttavia, non ha eliminato i possibili conflitti tra legittimari e donatario. I legittimari conservano infatti un diritto di credito verso il donatario per la quota lesa.
Per capire meglio, immaginiamo un padre che dona in vita a una figlia un appartamento. Qualche anno dopo, la figlia vende quell’appartamento a una coppia che lo compra per andarci a vivere. Dopo la morte del padre, l’altro figlio sostiene che quella donazione gli ha leso la quota di legittima.
Prima della riforma, in certi casi il problema poteva ricadere anche su chi aveva comprato l’immobile della figlia e il legittimario poteva tentare l’azione di restituzione contro il terzo acquirente, cioè contro chi aveva acquistato dal donatario. E questo è anche il motivo che per anni ha reso più difficile vendere o finanziare con mutuo immobili provenienti da una donazione.
Dopo la riforma approvata a fine 2025, la posizione del terzo acquirente è molto più protetta: la riduzione della donazione, nei casi ordinari, non travolge più automaticamente l’acquisto del bene da parte di chi ha comprato dal donatario.
Però il conflitto successorio non sparisce. Il figlio che si ritiene leso può ancora agire verso la sorella che ha ricevuto la donazione. In pratica, se il terzo acquirente tiene l’immobile, il donatario può dover rispondere economicamente verso il legittimario leso.
Quando c’è un’impresa, il patto di famiglia è spesso il primo strumento da valutare
Il patto di famiglia è un contratto pensato per evitare che l’azienda finisca divisa o bloccata al momento della successione. Serve soprattutto quando il titolare vuole indicare già in vita chi continuerà a guidare l’impresa, senza lasciare tutto alle regole ordinarie dell’eredità. Il patto di famiglia riguarda proprio il trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni societarie a uno o più discendenti e deve essere stipulato per atto pubblico notarile, con la partecipazione di tutti coloro che, in quel momento, sarebbero legittimari del disponente.
Praticamente, il genitore-imprenditore decide che l’azienda, oppure le quote della società, andranno a uno dei figli che è in grado di continuarla. Gli altri legittimari non vengono ignorati: devono essere compensati per il valore della quota che la legge riserva loro, salvo che rinuncino. Il vantaggio del patto è proprio qui: invece di rinviare il problema alla successione e rischiare litigi o la frammentazione dell’impresa, la famiglia regola tutto prima, in modo formale e con il coinvolgimento dei soggetti interessati. Dopotutto, questo strumento è stato introdotto nel 2006 proprio per favorire il passaggio generazionale ed evitare future contestazioni come collazione e riduzione su quanto assegnato con il patto.
Immaginiamo un imprenditore con due figli: uno lavora da anni in azienda, l’altro no. Se l’imprenditore muore senza aver pianificato nulla, l’azienda entra nella successione e il rischio è che i due figli si ritrovino comproprietari di un bene che però richiede una guida unitaria. Con il patto di famiglia, invece, il padre può assegnare l’azienda al figlio che la continuerà e prevedere che l’altro riceva denaro o altri beni di valore equivalente. Così si evita che l’impresa venga spezzata o paralizzata da una comunione ereditaria difficile da gestire.
Sul piano fiscale il patto di famiglia può essere molto favorevole, ma non in modo automatico. L’agevolazione prevista dall’articolo 3, comma 4-ter, del Testo unico successioni e donazioni esenta da imposta il trasferimento di aziende, rami d’azienda, quote e azioni a favore di discendenti e coniuge. Per le società di capitali, però, il trasferimento deve consentire di acquisire o integrare il controllo, e quel controllo deve essere mantenuto per almeno cinque anni. Questo vuol dire che il beneficio fiscale è pensato specialmente per favorire la continuità dell’impresa.
A evitare eventuali equivoci ci ha pensato l’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 12/E del 14 febbraio 2025, che ha spiegato che l’agevolazione si applica al trasferimento dell’azienda o delle partecipazioni al beneficiario del patto, ma non si estende automaticamente alle somme pagate agli altri legittimari come compensazione. In breve, se un figlio riceve l’azienda e gli altri devono ricevere una compensazione, l’esenzione fiscale riguarda il passaggio dell’azienda o delle quote, non per forza anche il denaro usato per compensare i fratelli o gli altri legittimari.
Trust, holding, società semplice e polizze: a cosa servono davvero
Dopo aver visto il caso più tipico in cui c’è un’impresa da assegnare a un successore preciso, allarghiamo il discorso agli strumenti che servono quando, oltre ad assegnare l’azienda, bisogna anche proteggere beni, organizzare il controllo, tenere unito il patrimonio o creare liquidità. Andremo quindi a parlare di quattro strumenti precisi.
Trust
Un trust è uno strumento giuridico con cui una persona trasferisce beni a un trustee, che li amministra secondo regole prestabilite nell’interesse di uno o più beneficiari o per uno scopo preciso. Serve soprattutto quando il problema è proteggere. Ad esempio, c’è un figlio molto giovane, un erede fragile, un patrimonio che non si vuole consegnare subito e tutto insieme, oppure si vuole stabilire in anticipo chi lo gestirà e con quali regole. In sostanza, il trust serve quando si vuole dire che i beni non devono semplicemente passare da A a B, ma devono essere gestiti in un certo modo, per un certo tempo e nell’interesse di certe persone.
Holding di famiglia
Una holding di famiglia è una società creata per detenere e coordinare le partecipazioni della famiglia in una o più altre società. Serve quando il problema è il controllo. Non si tratta di proteggere un bene singolo, ma di evitare che l’azienda o le partecipazioni si spezzettino tra più eredi in modo disordinato. La holding mette ordine nella struttura di controllo delle società operative: dentro ci sono le partecipazioni e la famiglia decide più facilmente chi governa, chi resta socio, chi esce e chi conta di più nelle decisioni. La holding, in pratica, aiuta a non perdere la guida dell’impresa.
Società semplice
Una società semplice è una forma societaria usata soprattutto per detenere, amministrare e organizzare patrimoni familiari, come immobili, partecipazioni o investimenti. È utile, per esempio, se ci sono immobili, investimenti, partecipazioni non operative, e la famiglia vuole tenerli dentro una struttura ordinata invece di lasciarli sparsi tra persone diverse. Non nasce per fare impresa industriale, ma per gestire il patrimonio, per tenere insieme i beni, con regole chiare tra familiari, invece di dividerli subito o lasciarli senza coordinamento.
Polizze vita
Una polizza vita è un contratto assicurativo con cui, al verificarsi di un evento legato alla vita dell’assicurato, la compagnia paga una somma al beneficiario indicato. In questo contesto, viene in aiuto quando il problema è la liquidità. In una successione spesso non bastano i beni, ma servono anche soldi disponibili subito, ad esempio per pagare le imposte, o compensare un coerede, o evitare di vendere in fretta un immobile o quote societarie. Naturalmente, la polizza non risolve da sola il passaggio generazionale, tuttavia può dare agli eredi del denaro immediato nel momento in cui serve.
Tabella di riepilogo
| STRUMENTO | QUANDO PUÒ ESSERE UTILE |
|---|---|
| Trust | Quando serve proteggere i beni, separare gestione e proprietà, tutelare beneficiari fragili o regolare tempi e condizioni del trasferimento |
| Holding di famiglia | Quando bisogna organizzare il controllo dell’impresa o delle partecipazioni e tenere ordinata la governance |
| Società semplice | Quando si vuole amministrare in modo unitario un patrimonio familiare immobiliare o finanziario |
| Polizza vita | Quando serve creare liquidità per eredi, imposte, compensazioni o esigenze immediate della successione |
Dopo aver trasferito le quote, bisogna anche decidere chi comanda
Oltre a decidere chi diventa proprietario dell’azienda bisogna stabilire anche chi avrà davvero il potere di guidarla e con quali regole.
Se un imprenditore lascia l’azienda ai figli, il problema non è risolto solo perché le quote sono state assegnate. Da quel momento bisogna capire alcune cose:
- Chi prende le decisioni operative;
- Chi nomina gli amministratori;
- Chi vota su scelte importanti;
- Se tutti i familiari possono entrare in azienda oppure no;
- Con quali criteri si entra, si cresce o si esce;
- Che spazio avranno eventuali manager esterni.
Facciamo l’esempio del padre che lascia l’azienda ai due figli. Uno lavora in azienda da anni, l’altro no. Se ci si limita a dire che entrambi ereditano, il rischio è che uno abbia le quote ma non le competenze, oppure che entrambi abbiano voce su tutto, ma senza una vera divisione dei ruoli. In quel caso il conflitto non nasce sui beni, ma sulle decisioni: chi firma? Chi assume? Chi investe? Chi tratta con le banche? Chi rappresenta la società?
Qui si parla di governance, ovvero del governo dell’impresa. Con questo termine, infatti, s’intendono proprio tutte quelle regole che organizzano il potere dentro l’impresa: statuto, patti parasociali, composizione del consiglio, maggioranze di voto, deleghe, criteri per l’ingresso dei familiari, presenza di consiglieri indipendenti, eventuale affiancamento tra generazione uscente e nuova generazione.
Insomma, anche se il patrimonio può essere trasferito con un atto, la guida dell’impresa richiede regole, tempi e competenze. Per questo bisogna non decidere i ruoli aziendali solo in base al legame di sangue, ma anche, e soprattutto, in base alle competenze, all’esperienza e alle capacità reali. In alcuni casi, infatti, può essere utile inserire nel consiglio o nella gestione persone che non fanno parte della famiglia, che portino equilibrio, competenze tecniche e meno conflitti personali. A tal proposito si parla anche di percorso di affiancamento, che permette al successore di ricevere tutte le informazioni e le conoscenze necessarie per l’assunzione della guida, in modo graduale, dalla generazione uscente.
Cosa è cambiato dal 2025 dal punto di vista fiscale e operativo
Oggi, nella successione, c’è più responsabilità operativa a carico di chi presenta la dichiarazione. Prima, in sostanza, il contribuente presentava la dichiarazione di successione e poi l’ufficio liquidava l’imposta di successione.
Per le successioni aperte dal 1° gennaio 2025, invece, l’imposta viene autoliquidata, cioè calcolata e versata dal contribuente in sede di dichiarazione. L’Agenzia delle Entrate ha aggiornato il modello, le istruzioni e ha istituito anche il codice tributo 1539 proprio per l’autoliquidazione dell’imposta sulle successioni.
Pertanto, non è più sufficiente raccogliere i documenti e aprire la successione, ma bisogna prestare più attenzione a:
- Quanto valgono i beni, perché il valore dichiarato incide direttamente sul calcolo dell’imposta;
- Quali agevolazioni spettano davvero, perché vanno applicate correttamente già in dichiarazione;
- Quali documenti servono, perché eventuali errori o omissioni pesano di più;
- Quali scadenze vanno rispettate, perché il pagamento e gli adempimenti seguono regole precise.
Oltre a scegliere lo strumento giuridico (testamento, donazione, patto di famiglia, trust o altro), bisogna considerare subito anche come quella scelta verrà dichiarata, valorizzata e trattata fiscalmente.
Ad esempio, se nel patrimonio ci sono quote societarie, immobili, partecipazioni o beni esteri, non basta decidere a chi andranno, ma si deve anche capire con quale valore verranno indicati, se esistono esenzioni o regimi favorevoli, chi deve rendere certe dichiarazioni e quando vanno fatti i versamenti.
Cosa succede se il patrimonio o gli eredi sono in Paesi diversi
Se nella successione entra un elemento estero, le regole diventano un po’ più complicate. Questi casi si verificano se c’è una casa o ci sono conti o investimenti in un Paese estero, se uno degli eredi vive fuori dall’Italia, se il defunto viveva stabilmente in un altro Paese o anche se ci sono partecipazioni societarie o beni sparsi in più Stati. In questi casi bisogna capire quale legge si applica alla successione.
Il Regolamento UE n. 650/2012 parte da una regola generale: di norma conta la residenza abituale del defunto al momento della morte. Quindi, se una persona italiana viveva stabilmente in un altro Paese europeo, potrebbe essere la legge di quel Paese a governare la successione. Lo stesso regolamento consente però una scelta: si può prevedere che alla successione si applichi la legge dello Stato di cittadinanza del defunto.
Sostanzialmente, la successione internazionale non segue automaticamente la legge italiana solo perché la famiglia è italiana o perché alcuni beni sono in Italia. Bisogna verificare dove il defunto aveva il centro stabile della propria vita e se aveva fatto o no una scelta espressa della legge nazionale.
Questo regolamento, va precisato, riguarda però la legge civile applicabile alla successione, non la tassazione, che resta regolata dalle norme fiscali dei singoli Stati coinvolti.
Il secondo aspetto chiave riguarda il Certificato successorio europeo. Si tratta di uno strumento creato proprio per le successioni con elementi transfrontalieri e serve a dimostrare, negli altri Stati membri, chi sono gli eredi, quali diritti hanno e chi può amministrare la successione, senza dover avviare ogni volta una procedura autonoma di riconoscimento. In pratica, aiuta a far valere più facilmente la propria posizione quando ci sono beni o rapporti giuridici in un altro Paese dell’Unione.
Poi c’è la parte fiscale e dichiarativa. Se nel patrimonio ci sono attività estere, non basta occuparsi della successione in senso civile, ma bisogna considerare anche gli obblighi di monitoraggio fiscale. L’Agenzia delle Entrate ricorda che il quadro RW riguarda le persone fisiche residenti in Italia che detengono investimenti all’estero o attività estere di natura finanziaria.
Immaginiamo un cittadino italiano che vive stabilmente in Spagna, ha un appartamento in Italia, un conto in Francia e figli che risiedono uno in Italia e uno in Germania.
In una situazione così non basta fare un testamento pensando solo alle regole italiane. Bisogna capire:
- Se la successione sarà regolata dalla legge spagnola, perché quella era la residenza abituale, oppure dalla legge italiana, se è stata scelta validamente la legge della cittadinanza;
- Come gli eredi potranno dimostrare i propri diritti in più Paesi;
- Quali adempimenti fiscali dovranno fare in Italia se ricevono attività estere.
La questione, quindi, diventa più complessa.
Passaggio generazionale: qual è la migliore strategia da adottare?
Arrivati fin qui, bisogna essere onesti: nel passaggio generazionale non esiste quasi mai uno strumento unico che risolva tutto. Di solito, bisogna combinare più strumenti, perché ogni parte del patrimonio pone un problema diverso.
Per capire bene questo passaggio, si può pensare a una famiglia che ha un’azienda, due immobili, della liquidità e due figli (ma uno solo lavora nell’impresa).
In un caso del genere, usare solo il testamento sarebbe spesso insufficiente. Il testamento può dire chi riceverà cosa, ma non basta da solo a garantire continuità all’azienda, evitare litigi tra gli eredi, creare liquidità per compensare chi non entrerà nell’impresa e stabilire chi avrà il controllo e con quali regole.
La strategia migliore è spesso una combinazione di strumenti.
| STRUMENTO | A COSA SERVE |
|---|---|
| Testamento | Fissare le volontà personali |
| Patto di famiglia | Far passare l’azienda al figlio che la continuerà |
| Holding | Tenere ordinato il controllo societario |
| Società semplice | Gestire in modo unitario immobili e investimenti |
| Trust | Proteggere certi beni o rinviarne il trasferimento |
| Polizza vita | Dare denaro immediato agli eredi |
| Statuto e patti parasociali | Stabilire chi decide in azienda |
Occorre quindi chiedersi qual è il problema che si deve risolvere per ciascun bene o ciascun ramo della famiglia? Sono quattro le domande fondamentali a cui serve una risposta:
| DOMANDA | ESEMPIO |
|---|---|
| Cosa va protetto | L’azienda, un immobile, la stabilità del patrimonio, un figlio fragile |
| Chi deve gestirlo | Non sempre chi eredita è anche la persona giusta per amministrare. Un figlio può diventare proprietario, ma non essere quello che guiderà l’impresa |
| Chi deve essere compensato | Se un erede prende l’azienda, gli altri potrebbero dover ricevere liquidità o altri beni di valore equivalente |
| Quanta libertà vuole mantenere la generazione uscente | A volte il genitore vuole trasferire tutto subito. Altre volte vuole restare ancora per qualche anno al comando o almeno nel controllo |
Infine, bisogna evitare tre errori abbastanza frequenti:
- Rinviare: più si aspetta, più aumenta il rischio che tutto venga deciso in fretta, nel momento peggiore.
- Distribuire beni senza una regia: ad esempio, assegnare un po’ di tutto a tutti, senza chiedersi se quella divisione reggerà nel tempo.
- Confondere uguaglianza con stabilità: nelle famiglie che hanno un’impresa, dare a tutti la stessa quota può sembrare equo, ma può anche rendere l’azienda più fragile. Se tre eredi hanno gli stessi diritti, ma tre visioni diverse, il rischio di blocco cresce. In questi casi potrebbe essere utile pensare a una divisione non identica, ma compensata in altro modo, per proteggere sia la famiglia, sia il patrimonio.
Ecco perché il passaggio generazionale deve essere un’operazione che va pianificata in anticipo, sulla base di un disegno ordinato, in cui ogni bene e ogni erede trovano il posto giusto.
(Foto: Foto di Mathieu Stern su Unsplash)
